I RACCONTI DEI NOSTRI GENI

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Indice

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I Menagrami non Esistono.

Di Eugenio De Paoli

Inviato Martedì 16

Febbraio 2021

22:00

Il bravo agente della dogana dell'aeroporto di Tokyo, Sui-Tao, non poteva certo immaginare cosa avrebbe scatenato la scelta di aprire e controllare proprio quella valigia.

Il volo da Roma era arrivato in perfetto orario e la missione RAI era sbarcata nei tempi giusti per prendere il treno superveloce che aveva per destinazione Morioka, 500 chilometri a nord di Tokyo.

Mondiali di sci 1993.

Per colpa di quella valigia e del solerte agente doganale, solo FF (iniziali ovviamente di fantasia) rimase indietro e fu costretto a prendere il treno successivo.

Ora, FF era famoso per essere un tipo, come dire, capace di attirare sovrannaturali forze negative e gesti apotropaici.

E le strane congiunture astrali che misteriosamente si manifestavano in sua presenza, peggioravano quando perdeva le staffe.

Naturalmente il contrattempo aeroportuale innescato dal solerte Sui-Tao, mandò il nostro su tutte le furie e noi, conoscendolo, sapevamo che qualcosa sarebbe prima o poi successa.

E successe infatti.

Successe che un giorno furono evacuate d'urgenza tutte le cabine di commento per una scossa di terremoto.

E successe anche che, per il maltempo, la gare venissero continuamente rimandate; il SuperG maschile, per esempio, non venne mai disputato e il titolo mai assegnato(!).

E successe anche che, a furia di pensare male, per una volta venimmo puniti anche noi.

Scendendo di notte dagli impianti, dopo l'ennesima giornata di rinvio, venne giù una nevicata talmente fitta da coprire completamente e in poco tempo la strada.

Impossibile, in una regione più piatta, se possibile, della pianura padana, vedere i confini del manto stradale.

E infatti finimmo letteralmente "fuori pista" facendo appena in tempo ad uscire dalla macchina prima che scomparisse quasi del tutto nella neve.

Panico, perchè eravamo in mezzo al nulla e nell'impossibilità di comunicare con chicchessia.

In lontananza le luci di un casolare e la speranza di un soccorso.

Ora il problema era spiegare ad un contadino di Morioka cosa ci era successo e di cosa avevamo bisogno.

Le scene che seguirono, con uno di noi che tentava di mimare la situazione davanti allo sguardo sempre più stupefatto del contadino che incrociò più di una volta i suoi occhi a mandorla in una sorta di strabismo enigmatico, rimarranno per sempre nella memoria come tra  i più divertenti della nostra vita.

Fatto sta che dopo quasi un'ora durante la quale ci eravamo rassegnati anche all'idea di dormire nel fienile, il contadino ci stupì tutti arrivando con un super-trattore e, con abilità pari solo al miglior soccorso ACI, riportò la macchina in carreggiata.

Indovinate a chi andò il nostro rispettosissimo pensiero!

Elsa continuava a parlare ininterrottamente.

Un fiume di parole in piena: lettere e sillabe sparpagliate a formare sensi non troppo compiuti.

Lui, alla sua scrivania, provava a lavorare e contemporaneamente a capire il senso di quello sproloquio.

Con poco successo.

Passando dal racconto dell'aperitivo del giorno prima al quartetto di Bartok da non perdere quella sera stessa presso il convento "delle amate ancelle del sacro cuore dell'immacolato viso della spalla scarna del capello ossigenato del cerone a pezzi del viso di Anna Oxa", Elsa si sentì ingiustamente ignorata

"Hey dico, puoi staccarti un secondo dalle tue "importantissime” cose di lavoro??”

La degnò di uno sguardo. Il segno delle virgolette mimato con le dita gli diede fastidio.

Poi riabbassò gli occhi sul documento che avrebbe dovuto firmare e provò a far finta di nulla.

In definitiva il futuro di decine di famiglie dipendeva dalla firma di quel contratto, il più importante della sua carriera e nella storia dell’azienda che aveva creato in 10 anni di lavoro e sacrifici.

Provò a riconcentrarsi nonostante i continui richiami della sua controparte. Poco parte e molto contro, quasi sempre e soprattutto in quel momento.

Lei andò su tutte le furie.

 

"MA INSOMMA GEORGE! POSSO AVERE IL BENE DI ESSERE CAGATA???"

"Si Elsa, a giudicare da quanto sei stronza, decisamente si."

Inviato Lunedì 25

Gennaio 2021

22:00

Di Gino Bolaffi

Attenzioni

La Svorta der Cane

Di Sandro Bersani

Inviato Sabato 9 Gennaio 2021

12:00

M’hanno regalato er cane per Natale.

Non chi me l’ha regalato ma tutti giù a dimme: ‘’Nun sai quanto se scopa cor cane, non sai quanto se scopa cor cane!...’’.

Na pletora de scopatori grazie ar cane.

Dico vabbè, sarà, manco me interessa particolarmente ma se lo dicono tutti...

Oggi entro in ascensore per andare dar Caimano, e allunga il passo una ragazza per prenderlo a sua volta insieme a me ed al mio fiero boxerino Agostino.

(Agostino è uno schianto NdR)

Lei ha dei gran begli oocchi; fisichetto e penso: "Poi magari je levi la maschera e c’ha più barba de me..."

Ad un certo punto Agostino molla una di quelle loffe che fanno sembrare le tue una fragranza orientale. Ormai le conosci molto bene ma sai che non potrai mai abituartici.

Letale, fulminea, pestilenziale, arriva al mio naso e certamente anche a quello della nostra compagna di salita..

Mancavano ancora due piani. 

Tanto imbarazzo e, percependo il fatto che si sarebbe buttata nel vano ascensore se avesse potuto, penso di sdrammatizzare:

‘’È stato il cane, eh!?...’’

Gli occhi accennano un falsissimo sorriso, si apre la porta ed esce senza salutare.

Io non lo so se cor cane se scopa, per ora ci sono pressappoco lontano.

La prossima volta je dico: "Tirame er dito".

Guardami!

Di Nicoletta Capone

Inviato Lunedì 2 Aprile 2020

23:30

Nicoletta Capone è una Psicologa Clinica, il che avvalora la nostra tesi che la follia (quella buona e creativa) passa anche per la scienza, ma ha anche collaborato con Rai e Mediaset per la sceneggiatura di molta fiction "#MadeinItlay"; infine è una gustosissima e originale autrice.
A questo proposito vi consigliamo la lettura di "La Radice Quadrata dell'Uno Per Cento" (qui sotto).
In attesa del prossimo lavoro, ci ha donato questa piccola chicca che pubblichiamo con immenso piacere e orgoglio. Buona lettura!

Facciamo i nostri complimenti a Nicoletta che, probabilmente, ha ottenuto la pubblicazione dei suoi racconti.
Quello che era qui lo troverete in un libro di prossima uscita di cui parleremo nei mesi a venire.

Grande Nico! Ora aspettiamo un nuovo inedito!

 
 
 
 

Sunday Bloody Sunday

Di il Grande Scimmione

Inviato Lunedì 16 Settembre 2020

16:30

Disteso, annodato in un groviglio di lenzuola di cotone leggero avvinghiate alle mie gambe come le spire di un bianco serpente.  Feci davvero fatica ad aprire il primo occhio nonostante una lama di luce, dopo aver trapassato il sottile spazio fra le doghe della persiana, mi ferisse le palpebre.  Si capiva che fuori il sole splendeva.  Una domenica di giugno di quelle nostre, di noi che viviamo a Roma. L’aria fresca e secca esaltava un cielo dal blu quasi elettrico. Dalla strada filtrava il primo vociare pigro dei camerieri dei bar e il diniego dei passanti all'offerta di calzini, fiori e accendini a led dei vucumprà. Dal terrazzo invece arrivavano i canti degli uccellini che curiosavano fra i rami dei miei limoni. La buganvillee era in versione Dior, e aveva delicatamente ammantato di profumo tutta la casa. Niente odore di caffè, invece. “Ah, che idiota, oggi è domenica e Gondoleta ha il suo giorno libero” pensai.  Che tipo! Un donnino secco e nervoso dalla pelle ambrata, i capelli neri come la pece e i gesti precisi e veloci di un monaco shaolin in combattimento; rassettava, cuciva, lavava e stirava alla velocità della luce. Gondoleta era cresciuta a Venezia da genitori peruviani e il suo accento era un esilarante mix fra castigliano e veneto. Il suo vero nome era Maria Sol Rosario Garrida Querida Vasquez Pizquàn De La Vega Curado Lee.  Gondoleta rendeva decisamente meglio. Richiusi l’occhio faticosamente aperto, ma il cervello non la smetteva di elaborare. Odio quando la mattina della domenica mi sveglio senza riuscire a riaddormentarmi. La pigrizia è una qualità che trova nel giorno di festa la sua anima gemella. Nelle nebbie neuronali di quella mattina, dopo un sabato di bagordi, all’improvviso un’altra assenza risuonò nella mia testa come un gong. Un sussulto.  La cena della sera prima me la ricordavo benissimo, anche quella meravigliosa compagna bruna dagli occhi color dell’oro avvolta in un fantastico tubino rosso. Quella Dea che finalmente aveva ceduto al mio corteggiamento.  Cocktail di scampi, un meraviglioso risotto all’ortica, aragosta alla catalana e una creme caramel da antologia. Lorenzo e i suoi cuochi si erano superati. Di nuovo.  Ricordavo anche il Pouilly Fumé del 2010. Lo ricordavo bene. E ricordavo anche il dopocena, lo ricordavo molto, molto bene. L’angolo sinistro della bocca mi si piegò in un accenno di sorriso compiaciuto. Oltre al profumo del caffè di Gondoleta dunque mancava qualcos’altro. Almeno un metro e ottanta di pelle morbidissima e profumata, occhi dorati e profondi, gambe infinite e agili… tralascio ulteriori particolari perché non so se sarei in grado di gestire la salivazione. Comunque in quella parte del letto mancava tanta roba. E un pezzo di cuore. Con uno sforzo sovrumano mi girai nel letto e il cuscino alla mia sinistra mi apparve irrimediabilmente vuoto. Guardai l’ora. 8.45. Caspita, non aveva perso tempo. Evidentemente non avevo fornito una prestazione all’altezza ma non stava a me giudicare. Certo che scappare la domenica mattina così presto, più che uno smacco suonava come un’offesa personale. Lo sconforto prese il sopravvento. Chissà perché mi era sembrata quella giusta, e la serata passata assieme era stata semplicemente meravigliosa, o almeno così mi sembrava. Chiusi gli occhi e mi lasciai andare sul cuscino. Non so se fu la stanchezza o la delusione, fatto sta che mi addormentai praticamente subito e non so quanto passò prima di sentire quello spaventoso ululato. Nel dormiveglia non capivo se stessi sognando o no ma decisi ugualmente di alzarmi e controllare. Nello specchio dell’antibagno comparve un uomo dimesso e “vagamente” assonnato. A parte l’asincronia degli occhi dei quali solo uno era più o meno aperto, i capelli sembravano devastati da un bombardamento al napalm, la barba faceva assomigliare il viso a un foglio di carta vetrata a grana grossa, la t-shirt era talmente attorcigliata che Woodstock aveva l’aspetto di una tela di Picasso spiegazzata, i boxer erano al traverso: da una parte avvitati e dall’altra a mezza coscia. Quell’uomo avrebbe fatto paura agli Dei guerrieri del Walhalla. Quell’uomo ero io. Pensai che la donna al mio fianco mi avesse visto in queste condizioni e fosse scappata a gambe levate. Come biasimarla! Cercando di superare le evidenti difficoltà di deambulazione cercai di raggiungere il soggiorno. C’erano due porte da superare, le presi tutte e due. Con la fronte, sugli stipiti.  Ero leggermente frastornato quando, finalmente, riuscii ad affacciarmi sul living. E lì l’orrore. Non ero preparato a quella vista. E mentre la mascella inferiore cadeva verso terra quasi a mordermi le punte dei piedi, l’occhio chiuso si stappò emettendo il rumore di una bottiglia di spumante a capodanno. Le ginocchia sembrarono all’improvviso di cristallo e dalla gola emerse un indistinto fischio asmatico mentre la mano destra si alzava, tremando, a indicare la scena. Era lì. Quella donna meravigliosa e seducente era lì. Indossava la mia camicia oxford e nonostante i capelli in disordine era di uno splendore innaturale. Ma… ma stava passando l’aspirapolvere in salotto. Di domenica mattina. Riguardai l’orologio: 9.10. Di domenica mattina. L’aspirapolvere.

Quelle parole continuavano a rimbalzare nella mia testa come la pallina in un flipper impazzito al momento del jackpot.  Si accorse della mia presenza e si girò verso di me. Mi sorrise e fece per venirmi incontro.  Io le tesi la mano abbozzando a mia volta un sorriso confuso in un’espressione vagamente atterrita.  Giorgia evitò con grazia la mia mano semitesa e mi abbracciò baciandomi l’angolo destro della bocca. Poi di nuovo un sorriso con gli occhi color dell’oro piantati nei miei. Feci per prenderla dolcemente per la vita, riportarla verso la camera da letto e goderci la mattinata in relax e… lei attaccò: “Sei proprio un disordinato, orsetto mio!”… Orsetto???

“Meno male che ci penso io a te!”… Ci penso ioooo???

“Stamattina mi sono svegliata alle 7 e…” Alle sette??? Di domenica mattina???

“… e ho pulito il bagno, riorganizzato la cucina, cambiato l’ordine di piatti e bicchieri, i bicchieri in alto e piatti in basso, pulito il frigorifero, passato il Fornet, pulito le finestre, tirato fuori i pomodori. Li ho lavati, sterilizzati, pelati (meglio esser sicuri), li ho passati nel passino e ho preparato 2 chili di salsa con un soffritto leggero leggero. Poi ho cambiato la posizione della televisione (davvero scomoda dove stava prima), ho spolverato la libreria, cambiato le tende, riorganizzato l’armadio degli asciugamani e delle camicie. Ho lavato tutta la roba che ho trovato nella borsa della palestra, ho messo le scarpe ad asciugare in terrazzo e le solette in bagno. Ho lavato il cane, pulito i pavimenti e ho disinfettato tutte le maniglie delle porte (non si sa mai). Poi ho tolto tutte le tappezzerie dei divani e delle poltrone e ho fatto una seconda lavatrice con quelle, ho preparato la colazione e già che c’ero ti ho lasciato 3 chili di lasagne in 6 gusti diversi in freezer: ragù rosso, ragù bianco, panna piselli e funghi, lardo di colonnata, tamarindo e zenzero, alga di Guam aloe e sale della Cornovaglia che fa tanto bene al pancino. Ho preso il computer e l’ho lavato, ho disinfettato la tastiera e il mouse, piegato i cavi e il monitor e ho messo tutto nel ripostiglio.”… Piegato il monitor??? 

Ho messo lo svuotatasche al posto del fermacarte e il fermacarte al posto dello svuotatasche, girato la scrivania a favore di luce e invertito la lampada. Poi ho steso il cane, lavato il terrazzo e...”… STESO IL CANE???

Come un sergente dei marines presi l’iniziativa e fermamente, ma dolcemente, le appoggiai una mano sulle labbra prima che riprendesse fiato. Le cinsi la vita e la portai verso la camera senza dire una parola.  Giorgia mi guardò con aria incuriosita e sospetta. Feci un passo verso la mia tana. Lei comprese la destinazione e si riaccese di entusiasmo: “Siii!!! Andiamo in camera che così mettiamo a posto, cambiamo la posizione del letto, invertiamo i quadri, smontiamo le tende e le mettiamo a lavare, spostiamo i comodini e laviamo la moquette… Ma quanto sono brava cucciolotto mio? Meno male che ci penso io a te!”

Mi fermai e le tolsi il braccio dalla vita. Le feci un segno con la mano invitandola ad aspettare. Con la morte nel cuore mi avviai verso la camera pensando di renderle i vestiti e accompagnarla alla porta quando all’improvviso la sentii gridare: “Cucciolotto! LE PATTINE!!!...”

Capisce Appuntato? Non fu omicidio, fu legittima difesa.

 

La Saga delle Remote Terre di Galtran

 
Di Michele Angeletti

Inviato Sabato 28 Gennaio 2021

23:00

PREFAZIONE

Uno degli strumenti più intelligenti in senso assoluto per "oliare" i meccanismi sociali è l'ironia. In famiglia, dove le aderenze sono giornaliere e protratte nel corso della giornata, l'ironia aiuta cementare i rapporti e, contemporaneamente, a disinnescare potenziali attriti. Nel modo che amiamo noi: con una risata. 

Di seguito le avventure degli Elfi delle Lontane Terre di Galtran fra malcelati personaggi "familiari", piccole e buffe disavventure domestiche, citazioni fantasy e le improbabili traduzioni di una lingua mai esistita. 

Un nuovo Tolkien?
No.

Però fa ride.

IN ONORE DI GOBPLON

Il Blomqjahr è il giorno più freddo dell'anno, nelle Remote

Terre di Galtran.
E' un giorno speciale per gli amici Elfi, che lo aspettano

per tutto l'anno.
Si narra che in tempi antichi Gobplon, il Grande Uno,

progenitore della dinastia degli Hskrat (gli Dei della

tradizione elfica) individuò nel Vedsaz la sua dimora.
Il Vedsaz era, come si intuisce dal nome, il luogo più

inaccessibile tra tutti quelli noti agli Elfi. Nascosto,

impenetrabile, discreto, fuori copertura Wifi, il Vedsaz garantiva a Gobplon la possibilità di isolarsi dal mondo e sfogare la propria vena creativa plasmando gli dei.
Gobplon amava contornarsi della presenza degli Wentrak, grossi mammiferi simili ad elefanti ma capaci di nuotare anche a grandi profondità.
E così, nei secoli in cui regnò Gobplon, il Vedsaz era popolato da centinaia di Wenfrak, e tutti convivevano in armonia e pace.
Quando Gobplon capì che il suo compito era finito, morì, accasciandosi al suolo e dissolvendosi in un branco di lupi alati che salì in cielo.
Sopraffatti dal dolore, i Wenfrak si riunirono in cerchio intorno al luogo già sacro della dipartita di Gobplon e si lasciarono morire.
Da allora, puntualmente, i Wenfrak in punto di morte giungono da tutto il mondo nel medesimo luogo, e vi si lasciano morire, ansiosi di incontrare in cielo Gobplon.
La cosa, ovviamente, non poteva sfuggire ai nostri amatissimi Elfi, che hanno fatto loro la tradizione creando la festività del Soptrol.
Ogni anno, nel periodo del Blomqjahr, la tradizione prevede di riunire, intorno ad un punto sacro della casa, degli oggetti di valore, a simboleggiare il rituale dei Wenfrak.
Sebbene la tradizione preveda che il rituale del Soptrol duri solamente un giorno, nelle famiglie più religiose il rituale dura un intero anno.
Nella foto, trovata, a fatica negli archivi segreti, un esempio di dedizione.

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NATALE NELLE TERRE DI GALATRAN

E’ tutto pronto, nelle Remote Terre di Galtran, per festeggiare nella gioia e nell’amore l’attesissima festa dell’Elatan.
E’ la ricorrenza più attesa, quella che, una volta all’anno, riunisce tutti gli Elfi nelle proprie famiglie.
Gli Elfi vivono la vigilia dell’Elatan con grande trepidazione e tutti si prodigano per affrontarla nel miglior modo possibile.
Gli addobbi e gli allestimenti creati per l’occasione sono stati da sempre oggetto di dispute e contese, al punto che tre secoli fà Mrekol, l’allora Grande Capo degli Elfi, si vide costretto, per amore della pace, a promuovere il famoso editto di Fragal.
Tale Editto indica i tre Jegret (comandamenti) che gli Elfi devono seguire nel mese di Erbmecid (il mese dell’Elatan):


1) Contribuire agli addobbi del proprio villaggio con spirito di fattiva collaborazione e reciproca fraternità;
2) Recarsi in una Vetnem (luogo di culto assimilabile alla nostra chiesa) almeno una volta nel mese;
3) Contribuire al Knievel.


Per coloro che ignorano il linguaggio elfico, il Knievel è un momento della vita elfica che può essere assimilato a molte cose della modernità: l principali sono il pranzo, la paura, la medicina e la scienza.
Cercherò di essere più chiaro, per quanto sia estremamente difficile spiegare il Knievel in poche righe.
Esistono delle antiche pergamene, risalenti al XIII secolo ed attribuite a Ghnatord (druido della tribù degli Elfi della Marmacia), che tentano di spiegare nel dettaglio il Knievel.
Ghnatord ha iniziato a scriverle quando aveva 4 anni proseguendo fino al compimento del centoundicesimo anno, quando un prematuro Poltzer (coccolone) lo ha privato della capacità di scrivere. Nelle 12.354 pergamene che sono state raccolte nell’Antologia di Ghnatord, sono descritti molti aspetti del Knievel che non è possibile apprezzare senza conoscere i reconditi segreti che, tramandati di generazione in generazione, hanno permesso agli Elfi di sovrastare nei secoli tutte le popolazioni con cui sono entrati in contatto.
Non vorrei tediare il lettore e tenterò di condensare l’Antologia di Ghnatord in poche righe. Questo sarà possibile solamente grazie all’ausilio di preziose fotografie che mi sono giunte direttamente dal Brostral (una sorta di archivio fotografico) della tribù dei Pecsick. Sono stato autorizzato a pubblicare tale materiale perché gli Elfi credono fermamente nella condivisione dei valori, e perseguono la fratellanza tra i popoli attraverso scambi culturali, economici e politici.
Ma torniamo al Knievel.
E vediamo di fare luce questo magico momento di vita elfica. Il Knievel dura mediamente un Parfel (letteralmente: "un momento deciso dal destino") e dipende da una serie di fattori a noi incomprensibili. Solo dopo attenti studi si è arrivati a stabilire la famosa (tra gli Elfi) Regola del Mrozok: il Parfel ha durata nettamente inferiore se non si partecipa ad un Knievel. Poi capirete.
Alla base del Knievel c’è il Grande Sbrufel

(pranzo), la cui preparazione richiede mesi di

tempo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il piatto principale è lo Csogtar, un preparato a base di carne la cui ricetta viene tramandata dalle mamme Elfo alle figlie secondogenite.

In mancanza di figlie secondogenite, si attende la nipote secondogenita. Per questo motivo si sono perse molte informazioni e si sono verificati, storicamente, dei grandi ritardi nel tramandarsi detta ricetta, ritardi che hanno, forse, contribuito a creare l’attuale versione. 
Lo Csogtar va preparato con carne ben frollata, preferibilmente di bestia uccisa 3 mesi prima.

Sebbene sia condita con molte spezie, la carne restituisce in pieno il suo fragrante odore ed il suo delizioso gusto grazie ad un processo chimico (lo Sgrokfas) che ammorbidisce naturalmente qualsiasi taglio, sia esso di manzo, di maiale o di agnello. Nella foto 1 è possibile ammirare un bel pezzo di carne a seguito del processo dello Sgrokfas.
La carne, una volta frollata, viene condita con il Blahmtock, uno speciale condimento a base di polvere di pistacchi su letto di burro, documentato in foto 2. Il Blahmtock, che a prima vista può sembrare una normale coppa di yogurt andato a male, richiede una preparazione meticolosa, soprattutto per quanto riguarda l’utilizzo della polvere di pistacchi, che va sparsa con cura sul letto di burro creando un simpatico effetto di escrescenze naturali. Solo mani esperte possono raggiungere l’effetto estetico visibile in foto 2.
Il contorno è il Pledr (foto 3), una tagliata di foglie di Frakklet (cavolo) e di Sknizzle (patate fritte), il cui aspetto porta erroneamente  a pensare ad un’insalata di Iceberg con pezzi di mela fresca dimenticata in frigo per settimane.
La carne trattata con lo Sgrokfas,il  Blahmtock e il Pledr viene infine servita su un piatto decorato ad arte con polvere di Sgrobb, una polvere (vedi foto 4) che si ottiene dai pistilli di un rarissimo fiore che cresce solamente due volte all’anno nelle alture del Treppkar, l’Akmast (vedi foto 5). L’Akmast, che al villano può sembrare un normalissimo limone andato a male, si trova in commercio solo al mercato nero e viene ormai venduto esclusivamente in cambio di Bitcoin, tanto è elevato il suo valore.
Ora capirete perché il Knievel viene assimilato al pranzo, ma soprattutto alla paura (si narra che gli Elfi inventino le scuse più incredibili per sfuggire al Knievel), alla medicina (per lenire i dolori allo stomaco e gli inevitabili attacchi di dissenteria) e alla scienza (Zichichi ha costruito un laboratorio sotto al Gran Sasso per tentare, con le microparticelle, di replicare il Blahmtock).
Che altro dire? Buon Natale dalle Remote Terre di Galtran!!!!!

Natale nella tradizione elfica
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